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Foto di Alberto Murtas (scattata di nascosto)
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Sono gradite recensioni e/o giudizi argomentati su libri e su autori
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Segnalazione: Argomenti > Profili > Hanno scritto (Filippo Martinez) 

Stagione teatrale 2011 al Teatro Civico di Sinnai







Nelle  librerie "La vita altrove" di  Nino Nonnis  ed.  Arkadia

Mercoledì 28 dicembre a Cagliari, in via Portoscalas 17, "Natale in casa Merello" di e con Nino Nonnis.     

 Li chiamano reading. Cosa sono? cosa li si vuole far diventare? spettacoli teatrali?

Spettacolo: contributi e tagli
I soldi per lo spettacolo, in Sardegna non sono pochi. Ci sono, e infatti sono sorte negli anni una pletora di associazioni e compagnie, talvolta formate da un singolo attore. Si è passati nella legge 56 da 55 compagnie a 121. Ogni anno ne entravano una decina, ovviamente secondo il requisito dei cinque anni di attività pregressa. La produzione è scarsa e spesso di bassa qualità. Alcuni casi sono clamorosi, e a questo punto scandalosi, tutti li conoscono, ma nessuno li dice, compreso io.  

E' nata l'Università di Aristan!! il 24 febbraio la giornata inaugurale.


Domenica 8 maggio a Oristano sono state consegnate a Nino Nonnis le chiavi della città di Oristano, dal popolo di Aristan. Oltre che Accademico dell'elefante, adesso Nino può vantare, grazie a Filippo Martinez e altri 400 avatar, l'orgoglio di una appartenenza, concessa e guadagnata.



La vita altrove

 La memoria: condicio sine qua Nonnis

 

-… “dunque è davvero un viaggio nella memoria, il tuo! E’ per smaltire un carico di nostalgia che sei andato tanto lontano. Con la stiva piena di rimpianti fai ritorno dalle tue spedizioni: magri acquisti, a dire il vero…” - “Confessa, cosa contrabbandi: stati d’animo, stati di grazia, elegie!” –

 

Con queste parole Kublai Khan si rivolgeva a Marco Polo di ritorno da uno dei suoi viaggi infiniti. Chissà se l'esploratore veneziano, nei suoi racconti rivolti all’imperatore dei tartari, parlò della città invisibile di Banzu, nota oggi come Sindia, centro Sardegna, quella dove il maestrale sparecchia polvere e modernità più velocemente che in altri luoghi, lasciando intatta e inesorabile la memoria della discendenza.
Chissà se parlava di Banzu riferendosi a Zora (“… obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve”) o a Isidora (“il luogo sognato conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.”).

Affidarsi alla memoria è la volontà dell'uomo di non scomparire senza lasciare traccia: nel romanzo di Nino Nonnis sono proprio i ricordi a lastricare il percorso di ricostruzione di vite ordinarie (ma speciali per una comunità), di legami nascosti, di amori sfiorati e rancori taciuti.
Il paese diventa un restauro d'arte, composto da frammenti ritrovati nei ricordi dei vecchi, lettere ingiallite, diari nascosti, episodi perduti negli anni.
Si parte da lontano, dai desideri e dall’energia di giovani che cercano di sopravvivere in un mondo difficile: la guerra è lontana e si intravede solo sullo sfondo.
Il tempo, da queste parti, scorre con un ritmo tutto suo.
E’ una Sardegna antica che pigramente muove a modernità: la strada dei figli è ancora quella dei padri, gli amori si combinano come investimenti di borsa, valutando solidità e posizione, confinando sentimenti e istinto dietro inumane cortine familiari.
Occorre per le giovani donne il "permesso di amare", uno speciale e oggi anacronistico salvacondotto che avvicina l'isola di allora ai paesi arabi di oggi.
Si passa attraverso un'epoca: arriva la radio e con essa le prime notizie dal mondo che conta. I discorsi del duce anticipano di ottant’anni una boria nazionale di cui ancora non siamo riusciti a liberarci, creando aspettative per i podestà locali, quelli che ogni giorno possono indossare il vestito della festa: la politica che decide è però troppo distante da un piccolo mondo privato come quello di Banzu, oggi come allora.
Il rischio di essere dimenticati e messi da parte incombe, in una naturale resa dell'uomo all'avanzare del cambiamento.

 

La costruzione storica di un luogo è più ardua dando memoria ai senza nome che non alle grandi personalità, diceva Benjamin.
A Banzu i grandi nomi nazionali non sono mai passati, se non per un riflesso tangente, amplificato solo nel desiderio.

I protagonisti di queste pagine sono uomini e donne veri, dai caratteri secchi, definiti, aspri. Le loro facce sono asciugate dal vento, difficili a dare emozioni, restie a mostrarne, mute testimonianze abbandonate di colori e assenze.
Le conversazioni del paese si accavallano negli anni: la chiesa, i gerarchi, i podestà prima, la chiesa (onnipresente) la democrazia cristiana e il comunismo poi, in un’alternanza di dialoghi semplici ma di grande impatto, che sottolineano l'ingenuità della distanza dal mondo che conta (”Dimmi un po’, ma tu chi preferiresti come vicino di pascolo, Pajetta o Andreotti?”).
Banzu, per i libri di storia, è una nota a fondo pagina, un luogo che non è stato teatro di battaglie da ricordare: solo piccoli combattimenti, che hanno lasciato al mondo una traccia che la polvere di strade mai asfaltate porterà via in fretta. Ciò che resta è nel sangue di chi rimane.
Sono storie in bianco e nero che virano al colore inaspettatamente nel finale, con una sterzata in grado di cambiare l'angolo dello sguardo, con un arricchimento di prospettiva improvviso e chiarificatore.
La trama è lineare e alterna passato e presente: un segreto trascinato nei decenni sarà finalmente svelato in punto di morte da Tia Pittonia, vecchia governante della ricca famiglia dei Cossu. Angelo (alterego di Nino), scrittore, lo raccoglie inaspettatamente e ripercorre la storia recente di un paese da cui è partito da tempo. Rivede e comprende infine il percorso di vita di suo zio Michele, che si lascia vivere mestamente, con le mani che portano il vuoto di Caterina, la sua amata, ma con gli occhi pieni fino alla fine del ricordo di lei. Un uomo che ha perso senza lottare, lasciando al destino più margine di quanto dovuto.

E’ un tessuto a doppio filo quello intrecciato in queste pagine, un DNA elicoidale che tramanda vite reali e altre narrate, in un mescolarsi di parentele e di famiglie: i personaggi sono tanti, quasi non si volesse dimenticare qualcuno nei ringraziamenti di fine serata. Sbucano da una strada, compaiono al bar o in piazza, vengono citati dal passato. Per ognuno, tra le righe, c’è una giusta dose di benevolenza, un sentimento intuìto, una vicinanza verso l'uomo o la sua casata, che ogni appartenente alla comunità di Banzu porta addosso tatuata a fuoco, trascina nei lustri, addirittura esporta fino al Sudamerica. L’emigrazione in Venezuela alla ricerca di sogni di gloria è un tema appena sfiorato.
Alcuni riusciranno, altri torneranno con le valige legate con lo spago.

 

E’ chiaro dall’inizio che non si tratta solo di una bella storia da pubblicare.
Questa è la storia del suo scrittore, quella con la N maiuscola: in queste pagine Nino Nonnis sale di un livello di difficoltà rispetto ai libri del passato, mette in gioco i propri ricordi e l’affetto verso una terra, rivendica l'orgoglio di un'appartenenza, viaggia come un turista dell’anima nel piccolo mondo lasciato in gioventù, un mondo che non ha inventato niente, che vive di legami di sangue e di discendenza, un microcosmo al quale tornare con fierezza e serenità di cuore.
La scrittura è intima più che mai e rivela affetti mai sopiti, generosità, vicinanza, come se con ognuno dei compaesani descritti si stesse prendendo un bicchiere di vino rosso, come se il loro percorso fosse molto vicino al proprio, invisibile asintoto di possibilità non avvenute.

Si lascia un luogo come si lascia un amore, per andare altrove. Si lascia con la promessa che si ritornerà, anche se poi si ritroverà una donna diversa. E quel luogo, la sua memoria, resterà per sempre una possibile vita che non si è riusciti a vivere come si sarebbe voluto.
La vita altrove è anche questo.
Una soluzione sarebbe quella di non ricordare.
Forse la felicità, a Banzu e in altri luoghi, è davvero buona salute e cattiva memoria.
Con buona pace del Prof. Nonnis, docente proprio di "Memoria" presso l'Università del giudicato perduto di Arborea.

Unico neo: senza i ricordi al bar e nelle panchine della piazza non si parlerebbe de "La vita altrove" con affetto e commozione, benché la classificazione del romanzo sia in bilico nei commenti di paese tra la letteratura di casa e quella straniera, per via dei trascorsi cagliaritani non del tutto perdonati.

 

Gianluca Cocco

 

PS
Due parole sull'autore.
E’ un vecchio amico (il vecchio è ovviamente lui). Basti solo pensare che ho impostato “You are my best friend” dei Queen come suoneria del telefonino quando mi chiama. E ho messo il suo sito come home page di Google, benché non sia aggiornato da anni. 
Nino è uno scrittore (l'unico con due vocali e due consonanti), è umorista umorale, drammaturgo, uomo di spettacolo, un poeta, un po’ no, un po’ kerista. 
E’ Accademico dell'Elefante, cittadino onorario di Oristano a furor di bobboi (voti virtuali che ammiccano al momento acmeico dell'atto amoroso), e indiscusso protagonista del mondo parallelo di Aristan, dove armonia, buon umore e gentilezza regnano incontrastati. Come detto Nino Nonnis è anche Ordinario di "Memoria" presso l'Università del giudicato perduto di Arborea, presieduta dal vulcanico Filippo Martinez. Io avrò il piacere di affiancarlo nelle lezioni che forse verranno (in qualità di Associato), in una sorta di “aspettando Godot” che per ora si stempera in un più realistico “aspettando godo”.
Ne parliamo e tanto basta a generare entusiasmo e idee buone per un futuro, certo nel piacere e incerto nel divenire.



Lunedì 24 maggio alla Cineteca sarda di viale Trieste, alle ore 18.30
Presentazione del corto "Benvenuto Khalid" di Peter Marcias
con Andrea Dianetti e Nino Nonnis.

Teatro Civico Sinnai 
"Su certu" di e con Nino Nonnis   
Spettacolo con scopi benefici, anche per lo spirito 

Recensione di Livia Di Pasquale da "Liblog"

Come può la vita di un normale bancario diventare un soggetto interessante? Tra cifre, routine, vita di corridoio e frecciatine ai colleghi non sembra proprio lo spunto ideale da cui iniziare una narrazione. Eppure, come rendere tutto questo più che vivo lo illustra Nino Nonnis, con il suo romanzo Una donna tutta d’un pezzo.

Una narrazione che tutta d’un pezzo non è: il libro infatti si divide in due ampie parti, delle quali la seconda fornisce la chiave interpretativa per la prima. Il tutto senza che il lettore avverta alcunché di questa dualità, sin dal principio. Per tutta la prima sezione seguiamo ignari Marco, uomo apparentemente ordinario, con i suoi diverbi arguti col direttore dell’agenzia, promosso in vece sua, e i suoi abboccamenti con la collega seducente mentre si scoprono parti di cadavere di una donna che potrebbe essere sua moglie, scomparsa da qualche mese.

Impossibile non pensare a Dexter, la famosa serie televisiva, anche per l’uso del punto di vista e la possibilità di seguire i pensieri del protagonista, anche se il contesto è totalmente diverso e la soluzione del giallo è più che inaspettata. In questa prima parte Nonnis usa una suspense alla Hitchcock: sappiamo che c’è una bomba sotto il tavolo, e vediamo i personaggi conversare amabilmente, incoscienti del pericolo.

Nella seconda parte, quella della scoperta e dell’interpretazione, l’autore diventa una presenza più tangibile, utilizzando uno dei personaggi (non vi posso svelare quale) come suo diretto portavoce, e disquisendo di editoria, di critica, di arte e di mercato culturale con sagacia e senza presunzione ma, ancora più importante, con un linguaggio diretto, pulito, chiaro. E rovesciando con ironia tutto ciò di cui il lettore si era convinto strada facendo.

In questo Nonnis dimostra una grande abilità, compiendo alcune escursioni nel giallo classico per poi virare verso una storia che non appartiene ad alcun genere specifico: riflessione, qualche elemento da thriller, sguardo sornione, capacità di critica sono gli ingredienti fondamentali che mescola per ottenere il giusto equilibrio narrativo. L’espediente di cui si serve nella transizione tra le parti è antico e molto usato, ma inquadrato questa volta in un’0ttica moderna che gli toglie la patina del cliché.

Lo stile si avvia lentamente, per poi diventare sempre più ritmato; lungi però dall’essere un difetto, è un tratto funzionale, che permette di entrare in poche pagine nell’ambientazione ed essere introdotti gradualmente ai personaggi, tanti, troppi per un inizio incalzante. La scrittura sa essere pungente quando necessario, mai neutra sebbene sempre schietta e comprensibile.

Un libro soprendente, avvincente dalla prima all’ultima pagina. Da leggere con l’occhio attento alle numerose citazioni. 


Recensione di Gigi Cancedda su Miele Amaro

Il titolo e la strutturazione del libro in due parti, ci indica uno stile letterario e un registro linguistico di questo autore. Con questo libro Nonnis smentisce quanti lo vorrebbero sempre e comunque il cantore, certo bravissimo, della “cagliaritanità”. C’è nel libro la sua capacità di dominio della finzione letteraria: il titolo fuorviante, che tiene in smacco il lettore per buona parte del racconto, l’atmosfera del giallo classico, la galleria di personaggi mai banali pur nella loro “ordinaria semplicità”, densi di tic e debolezze umane. Nonnis dipinge questo quadro con un fare sornione e ironico, tratteggiando i vari personaggi, anche i minori, con una qualche imperfezione, debolezza, un meno che li rende comunque unici e distinguibili.
La trama. C’è un delitto vero, efferato, quasi da psicopatico serial killer, pezzi di donna ritrovati in un cassonetto. Le armi usate, ricordano in parte Jack lo squartatore o il più recente Dexter televiso, sono ritrovate nel cofano di una macchina il cui proprietario è il nostro rivaleper eccellenza. Nel lavoro viene promosso, senza merito e senza titolo adeguato invece nostra, e nel privato (la vita coniugaledove il demerito è solo nostro. E questo, Marco Locatelli lo scopre per una sorta di ostentata e provocatoria insinuazione del suo direttore e dallo stillicidio di frasi che vorrebbero essere amichevoli e confortanti dei colleghi, ma proprio per questo risultano destabilizzanti e rivelatrici di una verità che non vorremmo mai conoscere perché ci disorienta…”Stavamo parlando, sai come si fa, un po’ dell’uno e un po’ dell’altro argomento, e lui si stupiva del fatto che tua moglie, una donna così intelligente e sensibile…diceva…potesse stare con uno come te. Lo diceva convinto, come se la conoscesse molto bene…-Cosa vuoi dire con “uno come me?” -Non lo dicevo io, lo diceva Marinéi- Sì. E lo diceva a te e non so a quanti altri. E tu cosa hai detto? – Ho detto che anche per me Ada era una donna molto intelligente…- mentre io invece..-Non abbiamo parlato di te. Sai bene che non mi permetto.—“Non abbiamo parlato di te”.
Provò un odio nervoso per Marinéi e un’improvvisa disistima vicina alla nausea per Casti. Perché mai quei due dovevano agitare la sua serenità?”…-
La polizia indaga, si arriva relativamente presto anche al colpevole, e la vita sembra trascorrere come prima: si sa che ci scoppierà una bomba tra i piedi, ma si continua come se niente fosse. Le salaci battute tra colleghi, gli amici ritrovati al bar, la seducente collega che forse forse, con la scusa della stampante che non funziona, magari vorrebbe capire se funzioni tu…E qui entrano in scena le donne, croce e delizia per tutti i maschi del mondo.
Nonnis è sicuramente uno di quegli scrittori “con il più alto tasso di “sensibilità femminile Ricordo lo scrittore per il teatro che con la commedia - Donne si nasce vedove si diventa- interpretata da sole donne, che con il nero del lutto assurgono a mantidi religiose… Ecco l’argomento e questione, su cui i maschi, stando anche molto prudenti, tendono a scivolare facilmente. Nonnis ha per le donne una più che evidente rispettosa attenzione-soggezione, le “sue” infatti, sono sempre donne quasi indomabili, spesso vincenti, pratiche e scaltre, impudiche quel che basta e con la consapevolezza ruffiana dei propri poteri e attributi.
Nonnis, con questo romanzo, cerca di rispondere a modo suo, al tema che lui stesso, con un titolo volutamente contradditorio e fuorviante, ha posto come programma: Come è possibile che una donna, “mani e piedi gettati in un cassonetto…tagliata con un machete e un seghetto”, possa essere anche “tutta d’un pezzo”?    Il libro ci prende per la sua ironica amabilità, ci fa entrare nella suspence da noir classico, ci fa andare fuori strada con un finale che stravolge convinzioni assunte in precedenza; accattivante per quanti hanno il gusto dell’autoironia, del non prendersi mai totalmente sul serio e della salutare menzogna letteraria.  













 

 

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